mercoledì 2 aprile 2014

I MERITI DI RENZI


 
 
 
 
 
 





Renzi può non piacere, anche perché difficilmente uno piace a tutti, come è ovvio. I suoi modi sbrigativi eccitano quelli che “fa fine” criticare sempre e comunque, che irridono perché ha allacciato male un soprabito, come se a loro non fosse mai capitato e questo li rendesse intelligenti.

Rispettiamo comunque le critiche, però a Renzi vanno riconosciute almeno due cose positive. Primo. Ha fatto in pochi giorni quello che gli altri governi balbettavano da anni senza combinare niente. Gli mettono i bastoni tra le ruote, lo minacciano di sfracelli, ma lui tira dritto e qualcosa sta ottenendo, è innegabile.

Secondo. I rincoglioniti della sinistra, a cominciare da quel Rodotà che Grillo voleva come Capo dello Stato, ora non hanno più l'alibi Berlusconi che voleva dare (dicono i rincoglioniti) una svolta autoritaria al Paese. E' caduto questo muro con l'estromissione di Berlusconi a seguito della nota sentenza della Suprema Corte dei Miracoli presieduta da Antonio Esposito, ma incredibilmente questa ingiustizia si è rivelata un boomerang: al posto del vecchio leader è arrivato Renzi che intende realizzare le riforme che Berlusconi non è riuscito a fare. Ma non è questo il punto: quello che è ormai è sotto gli occhi di tutti sono i veri affossatori delle riforme che da sempre hanno inchiodato l'Italia alla recessione e alla arretratezza.

Oggi hanno la faccia di Rodotà, Zagrebelski, Pietro Grasso, Grillo con la sua Armata Brancaleone e dei “giovani” del Pd come Cuperlo e Civati che sono vecchi dentro e vedono nel fallito Bersani il loro conducatores. Ma sono rimasti spiazzati dall'attivismo di Renzi, col culo fuori dalla finestra e additati agli sberleffi della maggioranza degli italiani che hanno capito che il vento è cambiato. Altri, la parte meno acculturata e preparata della popolazione, arriveranno di fronte all'evidenza e alla forza dei fatti.

Aver fatto uscire allo scoperto la faccia orrenda e nascosta del Pd che da sempre frena lo sviluppo del nostro Paese con la loro lunga marcia verso il nulla non è un merito da poco. Almeno questo a Renzi va riconosciuto.
 
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domenica 2 marzo 2014

CRAXI ULTIMO STATISTA ITALIANO

 
di Sergio Scalpelli
 
Oggi Bettino Craxi compirebbe 80 anni. Leader socialista europeo, con Mitterand e Gonzalez seppe pensare e animare la straordinaria stagione del socialismo mediterraneo.
Collocò il Psi stabilmente dalla parte della libertà in un' epoca segnata dalla massima debolezza degli Usa e dalla massima aggressività dell' Urss. Sfidò il Pci sul terreno dell' egemonia culturale e fece diventare parte del nostro lessico quotidiano la parola RIFORMISMO. Aiutò e finanziò i movimenti di liberazione nazionale in America Latina e non solo. Seppe dire di NO a Reagan e sconfisse il conservatorismo della Cgil e del Pci.
Fece anche parecchi errori, ma dopo di lui e fino ad oggi di Statisti non si è percepita nemmeno l'ombra.....In tanti tra noi comunisti che volevano bene a Berlinguer e stavano con Napolitano e Chiaromonte, avevamo colto le ragioni del nuovo corso socialista... Avremmo dovuto fare un battaglia politica più netta nel Pci prima del 1989 ? Probabilmente si, ma non ne siamo stati capaci. Chissà come sarebbe andata a finire.....
 
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lunedì 17 febbraio 2014

RENZI ADESSO CALA LE BRAGHE








Nessuna sorpresa. Lo sapevamo già. Forse non ci aspettavamo che Renzi si arrendesse subito, che resistesse un po' ma così non è stato. Intendiamoci:, cedere subito o dopo non fa poi molta differenza, ma visto i toni ultimativi a cui ci aveva abituato Renzi, un po' di delusione – ammettiamolo – l'abbiamoprovata. Non ci riferiamo a tutte le chiacchiere che girano sul toto-ministri o sul fatto che li decida anche De Benedetti che in fondo. quale tessera N.1 del Pd, qualche diritto ce l'avrà pure. No, il il punto è un altro.

Inutile girarci attorno. Sappiamo tutti che Renzi (come i suoi predecessori del resto) è sottoposto in queste ore a pressioni formidabili. Il primo a premere è naturalmente Napolitano che, dovrebbe fare il notaio e basta, invece trattiene Renzi a colloquio per un'ora e mezza. Bastavano cinque minuti per affidargli l'incarico, ma anche chi non si occupa di politica ha capito che come al solito Napolitano ha  voluto impicciarsi nella scelta dei ministri, proponendogli suoi candidati personali, spacciati per consigli. Tutto normale, in un Paese non normale come l'Italia, dove il presidente della Repubblica non potrebbe occuparsi dell'indirizzo politico, compito che spetta al primo Ministro e invece abusa dei suoi compiti. Non sappiamo (non ancora) cosa abbia detto Napolitano a Renzi. Forse non tutto, ma una cosa la sappiamo già e non è di poco conto.

Al termine del colloquio, Renzi ha svelato la sua agenda: "A febbraio riforme elettorali e costituzionale, a marzo il Lavoro, ad aprile la Pubblica amministrazione, a maggio il Fisco. Avanti fino al 2018".Avete anche voi l'impressione che manchi qualcosa? Certo che manca qualcosa e non è di poco conto: manca la riforma della Giustizia, che pure Renzi aveva sventolato sino a poche ore fa. Cosa è successo? Crediamo di saperlo. Napolitano ha detto sicuramente a Renzi: “Non toccare l'argomento giustizia. Sono caduti tutti quelli che ci hanno provato. Il vero potere in Italia ce l'ha la nostra magistratura deviata, in Europa il potere è della Germania. I magistrati possono sempre incriminarti con accusa fasulle e rovinarti, tu non puoi farci nulla. Lascia perdere.”

In conclusione noi ci ritroveremo anche stavolta al punto di partenza. In fondo è giusto così. La gente dice “Abbiamo una politica di m***a” ma ogni Paese ha la politica che si merita e noi ci meritiamo quella che abbiamo. Qualcuno sostiene, con qualche ragione, che solo con una rivoluzione le cose potrebbero cambiare. Vero. Ma c'è un piccolo particolare: noi non abbiamo mai fatto una rivoluzione!

Ora Renzi si trova davanti a quei poteri e a quella burocrazia che sperava di vincere. A lui regaliamo un aforisma di Arthur Bloch: “Se hai un problema che deve essere risolto da una burocrazia, ti conviene cambiare problema”. Tanto per noi non cambia niente, perché noi italiani vogliamo cambiare il mondo, ma purtroppo non pensiamo mai a cambiare noi stessi.

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mercoledì 12 febbraio 2014

QUELLO DI FRIEDMAN E' UN VERO SCOOP?










 
 
In queste ore la parola d'ordine tra le querule prime donne italiane del giornalismo è questa: quello di Alan Friedman non è uno scoop perché ha scritto cose risapute, che tutti avevamo già scritto. Vespa ieri sera con Friedman in studio ha sibilato anche “...sentiamo tutti la presenza della stampa americana come una cappa!”. L'esagitato Vittorio Zucconi in altro talk show dopo aver detto di essere italo-americano si è smentito criticando la stampa anglosassone e cercando pateticamente di sminuire il servizio di Friedman rimediando una memorabile “lezione di giornalismo” che lo ha lasciato basito, occhi pallati e ad emettere fonemi.

Spiace dover far rientrare tra i critici anche l'ottimo Marcello Foa, che stimo, tra coloro che vogliono ridurre il servizio del giornalista statunitense apparso sul Corriere della Sera e sul Financial Times (che non sono precisamente due giornali qualunque) come una “non notizia”. Peccato.

Foa scrive giustamente “Certi scoop si pesano. Dipende chi li fa e quando escono. Napolitano in queste ore mi ricorda Di Pietro” e ricordando Milena Gabanelli su Report: “Cosa scopri? Nulla che non fosse già noto. Ma detto da Milena Gabanelli, la più famosa e temuta giornalista d'inchiesta, aveva un altro peso.” Poi Foa traccia un temerario parallelo con Friedman: “Ora tocca a Napolitano. Le accuse emerse nelle ultime ore sono nuove? Niente affatto. Il Giornale le denunciò in tempo reale, La Stampa ne parlò in un prudente ma preciso retroscena”. E qui il buon Foa e con lui gli invidiosi colleghi della petulante stampa italiana sbagliano.

E' vero che si erano abbandonati al consueto bisbigliare su quegli avvenimenti. E' vero che si erano abbandonati al gossip più sfrenato. E' vero che come portinaie ne avevano scritto, ma con “prudenza” nei confronti dell'iroso inquilino del Colle. E' vero che avevano ipotizzato, pensato, immaginato, presupposto, presunto. E' tutto vero. Ma c'è un ma, grande così.

Ma ora con il consueto isterismo della stampa italiana di ogni colore vogliono far credere che quello di Friedman è uno scoop solo perché è apparso sulle colonne del Corriere della Sera e del Financial Times. Nulla di più falso, ed è facile dimostrarlo.

Quelle della stampa italiana erano solo sussurri e ipotesi, nient'altro. Friedman invece lo ha dimostrato con le ammissioni registrate degli stessi protagonisti che quei fatti avvennero e come avvennero: la differenza tra un fatto e un'opinione! E' questo che fa del servizio di Alan Friedman uno scoop capace di far traballare il trono di Re Giorgio, l'uomo che volle farsi Re. Fingere di ignorarlo come hanno fatto Vespa ed i suoi epigoni, lo capisco. Spiace invece per Foa in questa occasione: la stima (per poco che possa contare la mia persona) non viene meno, ma non è aumentata.
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martedì 11 febbraio 2014

ALAN FRIEDMAN: NON HO FINITO




La sinistra e Scelta Civica affermano che tutti sapevano dei fatti raccontati nel libro di Alan Friedman “Ammazziamo il Gattopardo”. Napolitano descrive questi fatti come in una lettera al Corriere: “Fumo, solo fumo”. Che un presidente della Repubblica, il quale tra le sue prerogative non ha quello dell'indirizzo politico del Paese e mentre un governo liberamente eletto dagli italiani è in piena attività consulti di nascosto privati cittadini (non eletti) per sondare la loro disponibilità a diventare presidente del Consiglio, non è fumo, semmai è arrosto. Che sia normale nominare, dalla sera alla mattina, Senatore a Vita un tizio che lui vuole mettere alla guida del governo, non è fumo: è arrosto. Napolitano nella sua fumosa lettera al Corriere non ha smentito nulla perché quello che ha scritto Friedman è assolutamente vero.

Ma Napolitano snobba Friedman: “E ' solo fumo!”. Friedman intervistato questa sera ha però dichiarato: “Posso anticipare al Tg5 che presto uscirà un nuovo libro, intitolato 'Il piano del Presidente' “. Alle spalle Friedman ha il Corriere della Sera, che tradizionalmente era sempre schierato dalla parte del presidente della Repubblica, ed il Financial Times che quando attaccava Berlusconi faceva stappare bottiglie di frizzantino agli ex-comunisti, che invece ora osservano basiti e sgomenti la caduta del loro Padrino.

Napolitano stasera ha dichiarato alle agenzie: “Sul governo decida il Pd”. Capito? Dopo che ha creato dal nulla i due governi più fallimentari della nostra storia repubblicana ora incontra Renzi per spingerlo a Palazzo Chigi perché gli risolva il disastro che lui ha creato.

E' fantapolitica, lo so, ma sarebbe bello che Renzi gli rispondesse: “Lei ha già fatto due governi. Adesso prosegua coi suoi governi fasulli, oppure se ne vada. Adesso!”. Un sogno, lo so ma John Updike amava dire: “I sogni si realizzano; senza questa possibilità, la natura non c'inciterebbe a farne”


LA FAMIGLIA? UNA STUPIDATA. MAMMA E PAPÀ? ROBA VECCHIA. PAROLA DI “MINISTRA”


di Girolamo Fragalà

A che servono i genitori? Praticamente a nulla, madre o padre, genitore 24 o genitore 32, è tutto uguale. E la famiglia, ma sì la famiglia, un concetto vago, da vecchi bacucchi, superato dai tempi, nostalgico e magari anche un po’ “fascista”. Che la linea della sinistra fosse questa, lo si era capito da mesi (o meglio, da decenni), ma adesso c’è la corsa a chi la spara più grossa. E non sono solo gli esponenti di seconda fila dei partiti, che sgomitano per finire sui giornali e avere uno sprazzo di notorietà, ma anche chi ha funzioni istituzionali molto alte, come i membri del governo Letta.

L’ultima bordata assurda, irricevibile, arriva dal ministro dell’Istruzione, Maria Chiara Carrozza. Che in premessa avverte: «Il ruolo materno e paterno tradizionali ormai si alternano». Per poi svilire le figure dei genitori: «Non sono per estremizzare e cancellare, ad esempio, la festa del papà», dice in un’intervista a Rai News, con l’aria di chi fa una concessione al futuro genitore 1.  «Ma neanche per calcare la mano. La famiglia ideale in questo momento non esiste, forse non è mai esistita. Bisogna stare molto attenti a enfatizzare la struttura familiare ideale».

Un ulteriore regalo all’azione distruttiva (l’obiettivo è dire che la famiglia è ormai uno stereotipo e come tale va annullata alla radice) iniziata dal suo partito, il Pd, e condotta con forza da tutta la sinistra. Un’azione che smantella i princìpi sui quali si fonda la società italiana. Quindi, per un calcolo politico, vengono cancellate con la matita blu le identità di padre e madre. I genitori però devono ringraziare la ministra democratica Carrozza per la sua magnanimità: cercherà di non eliminare la festa della mamma e nemmeno quella del papà. E magari, in queste due date, con uno sforzo enorme, consentirà agli insegnanti di permettere agli alunni delle elementari di preparare qualche regaluccio ai genitori. Però in silenzio, quasi di nascosto e vergognandosi per essere così retrogradi, oscurantisti e nostalgici.
 
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LA MALAGIUSTIZIA CONTINUA







di Dimitri Buffa


Articolo su Il Tempo del 25/01/2014

Il primo presidente della Corte di Cassazione, che i lettori più anziani ricorderanno come equilibrato pm dello scandalo Italcasse a Roma nei primi anni ’80, scandalo poi finito praticamente nel nulla, ieri ha svolto una coltissima relazione di inaugurazione anno giudiziario. Farcita di citazioni che vanno da Marcel Proust a Piero Calamandrei, passando attraverso Raffaele La Capria. Ma se si dovesse sintetizzare la sua diagnosi sui mali della giustizia italiana, che secondo lui, almeno dal punto di vista penale, non sarebbe corretto definire «allo sfascio», ancorché sia la Corte europea dei diritti dell’uomo a farlo, si potrebbe usare la nota espressione «Cicero pro domo sua».
Anche nel nominare l’indulto per svuotare le carceri ma non l’amnistia per levare inutili fascicoli dalle scrivanie dei pm ha fatto, chissà se inconsciamente, una scelta ben precisa. Ma non condivisibile.

Le riforme che vanno fatte secondo lui non sono giammai la separazione delle carriere tra pm e giudicanti, o la responsabilità civile del giudice per colpa grave, in testa al singolo e non alla collettività. O, Dio non voglia, mettere mano alla Costituzione per togliere l’ipocrisia di quell’obbligatorietà dell’azione penale che è la più formidabile delle «excusatio non petitae» per il malfunzionamento dei processi: la si mette sempre davanti in tutti i discorsi sapendo che poi viene interpretata dagli stessi magistrati con criteri tutti interna corporis e senza che il Parlamento o il potere esecutivo possano mai sognarsi nemmeno di pensare di potere mettere bocca. O becco.

Santacroce invece incentra tutti i problemi nel sistema delle impugnazioni e grosso modo, si capisce, vorrebbe riforme per la procedura penale analoghe, mutatis mutandis, a quelle già introdotte nel codice di procedura civile. Cioè negare quanto più possibile ai cittadini l’accesso alla giustizia. Nel caso della giustizia civile la pessima «riforma» voluta dalla Severino e portata avanti anche dalla Cancellieri si basa sostanzialmente sull’innalzamento delle tasse e delle spese per i diritti di bollo e anche del parametro incredibile fissato dal contributo unico. Per non parlare dell’istituto della «media conciliazione», già una volta bocciato dalla Corte costituzionale, che consiste in un tentativo obbligatorio, e a pagamento, di mettere d’accordo le parti. Può costare sino a 10 mila euro se il valore della causa supera i 5 milioni di euro. Cosa che spingerà molti poveri Cristi a non fare mai causa a un’azienda. Ad esempio per fattori di inquinamento, vedi caso Ilva, se non con la protezione di una class action. Laddove questa sia possibile.

Per il lato penale del problema, Santacroce propone ulteriori filtri al ricorso in appello e a quello in Cassazione. E dice che già avviene così in mezzo mondo, lodando infine la grande produttività dei giudici italiani. Bene, uno potrebbe accusarlo di corporativismo esistenziale e magari ricordargli pure che «chi si loda si imbroda». Ma altre cose vanno dette visto che questo giornale, insieme al sito errorigiudiziari.com, è stato il primo (e l’ultimo e anche l’unico) a rivelare come negli ultimi 24 anni in Italia siano stati compiuti circa 50 mila errori giudiziari, a una media di 2500 ogni dodici mesi.
Bene questo con le impugnazioni, caro Santacroce, ha ben poco a che vedere. E molto invece con la responsabilità civile su base personale dei magistrati.
Inoltre, va detto, se in Italia fosse reso impossibile o molto più difficile ricorrere alla Cassazione per gli ordini di custodia cautelare e in appello nel merito, a sommesso avviso di molti esperti, i casi come quello di Enzo Tortora si moltiplicherebbero esponenzialmente.

Troppo comodo trincerarsi dietro qualche statistica (le hanno lette tutti e non interpretate in maniera così agiografica verso la casta in toga come ha fatto Santacroce) secondo cui il grado di produttività di sentenze dei giudici italiani negli ultimi due anni è aumentato e le sopravvenienze nel campo penale e civile sono diventate più contenute, di modo da azionare timidamente, e per la prima volta, la ruota di un circolo finalmente virtuoso. Ma basta questo per auto assolversi e a cercare altrove le cause di una situazione, ad esempio carceraria, che «ci offende come popolo e ci umilia in Europa», per usare le parole del Capo dello Stato?

Troppo comodo, primo presidente.
Troppo comodo dare la colpa agli avvocati e alla troppa litigiosità degli italiani che, secondo lei, andrebbe strozzata nella culla. Per dare più giustizia non va reso più difficile adire le vie giudiziarie. Serve invece di organizzare meglio il lavoro di tribunali e procure. Di riportare negli uffici un minimo di gerarchia e di eliminare i protagonismi di chi, nella casta in toga, usa la propria funzione come trampolino di lancio verso la politica, e ne abbiamo visti tanti, troppi, negli ultimi anni. E infine lei non parla , se non per vaghi accenni, della necessità ormai indefettibile, di interrompere quel fenomeno che si potrebbe definire di «meritocrazia mediatica», per il quale all’interno dei tribunali e degli uffici del pubblico ministero, vige la regola che quello che va più spesso nei talk show e che riceve più applausi quando pontifica è anche quello che fa più carriera. Dentro.
 
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